articoli | Centro Interapia Rho https://www.elenacristina.it Psicologa Psicoterapeuta Rho Fri, 19 Nov 2021 09:41:02 +0000 it-IT hourly 1 https://www.elenacristina.it/wp-content/uploads/2019/12/cropped-logo-32x32.png articoli | Centro Interapia Rho https://www.elenacristina.it 32 32 Criticismo https://www.elenacristina.it/criticismo/ Fri, 19 Nov 2021 09:41:02 +0000 https://www.elenacristina.it/?p=557 L’impatto degli stili di attaccamento sull’ auto-criticismo Lo studio di Kim e coll. è la prima prova che i modelli di attaccamento appresi durante la prima infanzia  possono modulare le risposte alle minacce e le immagini mentali quando si fa autocritica, esercitando una potente influenza sulla relazione quotidiana con sé stessi… Una caratteristica chiave delle […]

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L’impatto degli stili di attaccamento sull’ auto-criticismo

Lo studio di Kim e coll. è la prima prova che i modelli di attaccamento appresi durante la prima infanzia  possono modulare le risposte alle minacce e le immagini mentali quando si fa autocritica, esercitando una potente influenza sulla relazione quotidiana con sé stessi…

Una caratteristica chiave delle problematiche di salute mentale è il modo in cui le persone costruiscono rappresentazioni interne di sé  che diventano fonte di giudizio, valutazione autocritica. L’autocriticismo è stato individuato come fattore altamente implicato nella depressione (ruminazione), nell’ansia e nella fobia sociale, impedendo il recupero da problemi di salute mentale (Werner, 2019). Generalmente l’autocriticismo è un tratto comune in persone con uno stile di attaccamento insicuro, ovvero con alle spalle storie di attaccamento con genitori critici, rifiutanti o anche iperprotettivi. Le prime esperienze di relazione con le figure primarie hanno un impatto significativo sul modo in cui si impara a relazionarsi con sé stessi: pertanto se i tuoi genitori sono eccessivamente critici nei tuoi confronti, è altamente probabile che interiorizzi questo processo di relazione e diventi eccessivamente critico con te stesso. Non solo, l’essere stati esposti a episodi di maltrattamento in infanzia può alterare la stessa capacità di elaborazione delle informazioni a livello emotivo in età adulta, per via di concomitanti alterazioni neurofisiologiche.

Jeffrey J.Kim e coll. (2020) hanno condotto una ricerca unica nel suo genere; attraverso rilevazioni dell’attività cerebrale tramite fMRI hanno indagato la relazione tra stili di attaccamento e marcatori neurali di autocritica. Nello specifico hanno reclutato 40 partecipanti ai quali sono stati sottoposti 60 stimoli scritti inerenti un fallimento, un errore personale o una battuta d’arresto, suddivisi in 30 affermazioni emotive e in 30 affermazioni neutre. Dalle varie analisi di correlazione, il dato principale che emerge è che gli individui con maggiori livelli di attaccamento sicuro che stavano sperimentando alti livelli di attivazione dell’amigdala (attivazione emozionale) avevano una maggiore attivazione di una regione cerebrale specifica, il giro linguale, marcatore neurale di immagini mentali visive legate ad esperienze di minaccia e autocritica. Al contrario, quelle persone con maggiori livelli di attaccamento insicuro e più specificatamente di tipo evitante, nei momenti di maggiore attivazione emozionale, riportano una minor attività del giro linguale. In parole più semplici, gli individui con attaccamento sicuro, in virtù dell’esperienza di sicurezza emotiva data dai loro ‘modelli operativi interni’ (sostanzialmente le figure genitoriali), si ingaggiano in un maggior reclutamento di immagini mentali visive legate all’autocritica e potenzialmente minacciose; ciò suggerisce una disponibilità emotiva a confrontarsi con le reali e potenziali minacce così da prontamente agire in maniera efficace con adeguate strategie di coping. Mostrano una maggior propensione all’immaginazione mentale durante l’autocritica e possiedono internamente quei modelli sicuri a cui far riferimento per attingere a quel serbatoio di risorse per far fronte alla minaccia dell’autocritica (anche per come l’autocritica viene percepita dentro il proprio corpo, sperimentata e come se assumesse forma visiva). Di contro, persone con uno stile evitante di attaccamento non hanno accesso a modelli di lavoro interni sicuri e quindi mancano di queste risorse di coping. Per proteggersi dal senso di minaccia interno, ricorrono a strategie rudimentali di negazione o dissociazione dall episodio minaccioso; si impegnano in misura minore in attività di immaginazione mentale funzionale ad una efficace autoregolazione emotiva interna dalla quale discendono conseguenze sul più generale piano delle relazioni interpersonali (siano relazioni affettive o lavorative).

Lo studio di Kim e coll. è altresì interessante poiché porta prove empiriche all’esistenza di ‘scorciatoie’ al di sotto dell’attività corticale e del campo di consapevolezza, che hanno più a che fare con una modalità di processamento delle informazioni più di tipo sensoriale e non puramente cognitivo. Gli autori sottolineano la necessità di concettualizzare gli stili auto-riferiti di valutazione come operazioni ‘incarnate’. Pertanto il trattamento dell’auto-criticismo in psicoterapia non dovrebbe limitarsi alla disputa delle credenze cognitive di autocritica, ciò si rivelerebbe alquanto problematico per gli autori. L’optimum terapeutico sarebbe bensì quello di dotare coloro che hanno alle spalle storie di attaccamento insicuro della capacità di creare i propri modelli di lavoro interiori in cui si possano sentire al sicuro; sostanzialmente attraverso un processo di modeling. In particolare gli autori citano tra gli approcci terapeutici più indicati la Compassion Focused Therapy (Catarino, Gilbert et al.,2014). Questo approccio invita la persona a impegnarsi in abilità e pratiche di allenamento della mente compassionevole al fine di costruire il proprio senso interiore di sicurezza e aumentare la percezione dei marcatori fisiologici sia a riposo che correlati ad eventi critici attivanti, ai quali rispondere con qualità di calma, sicurezza e autoregolazione per favorire una miglior elaborazione delle minacce. E’ stato dimostrato che la conquista di uno stile interno di rassicurazione di sé si associa ad un aumento del tono vagale attraverso misurazioni della variabilità della frequenza cardiaca. Una volta sviluppata una diversa modalità di strategia mentale auto-riferita, la terapia può procedere con un focus più specifico sulla comprensione delle forme e delle due principali funzioni dell’autocritica, spesso tra loro in competizione, ovvero l’autocorrezione (per migliorare sé stessi) e l’autopersecuzione (per attaccare sé stessi), per poi abbracciare le aree della vergogna e del trauma.

 Bibliografia

 Jeffrey J. Kim ,Kirsty M. Kent , Ross Cunnington , Paolo Gilbert & James N. Kirby Attachment styles modulate neural markers of threat and imagery when engaging in self-criticism. ScientificReports DOI:10.1038/s41598-020-70772-x

 Werner, A. M., Tibubos, A. N., Rohrmann, S. & Reiss, N. The clinical trait self-criticism and its relation to psychopathology: a systematic review—update. J. Affect. Disord. 246, 530–547 (2019)

Catarino, F., Gilbert, P., McEwan, K. & Baião, R. Compassion motivations: distinguishing submissive compassion from genuine compassion and its association with shame, submissive behavior, depression, anxiety and stress. J. Soc. Clin. Psychol. 33, 399–412 (2014)

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La SCRITTURA ESPRESSIVA potente strumento in Psicoterapia https://www.elenacristina.it/la-scrittura-espressiva-potente-strumento-in-psicoterapia/ Fri, 13 Nov 2020 10:21:06 +0000 https://www.elenacristina.it/?p=453 Scrivere e in generale raccontare, narrare e narrarsi come mezzo di espressione e di conoscenza è una pratica millenaria. E’ però dal 1989 con il famoso psicologo sociale James Pennebaker che la scrittura acquisisce a pieno titolo lo status di metodo terapeutico scientificamente fondato, da lui denominato Expressive Writing. L’Expressive Writing consiste nello scrivere per […]

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Scrivere e in generale raccontare, narrare e narrarsi come mezzo di espressione e di conoscenza è una pratica millenaria.

E’ però dal 1989 con il famoso psicologo sociale James Pennebaker che la scrittura acquisisce a pieno titolo lo status di metodo terapeutico scientificamente fondato, da lui denominato Expressive Writing.

L’Expressive Writing consiste nello scrivere per circa 15-20 minuti al giorno per tre o quattro giorni, senza preoccuparsi della grammatica e della forma stilistica, su un tema o un’esperienza stressante .

Non è semplicemente una forma di diario e nemmeno una pratica che aiuta a diventare romanzieri o sceneggiatori.  E’ al contrario una tecnica di scrittura essenziale che aiuta a comprendere e a gestire i disordini emotivi delle nostre vite.

Al pari di altri fattori di stress, mantenere per così dire ‘segreti’ o ‘cose taciute’ può influire sulla nostra salute mentale e fisica, incluso il sistema immunitario, l’azione del sistema cardiocircolatorio e persino il funzionamento biochimico del nostro sistema nervoso.

In sostanza,

  • Mantenere ‘segreti’ (‘non detti’)è una fatica fisica. Quando cerchiamo di mantenere un segreto , dobbiamo scientemente trattenere o inibire determinati pensieri, sensazioni o comportamenti; significa sforzarci di non pensare, non sentire emozioni o agire in certi modi.
  • I segreti possono portare a cambiamenti biologici a breve termine (per esempio, aumentando la traspirazione o incrementando la frequenza cardiaca) e influenzare la salute sul lungo periodo.
  • Lo sforzo di inibire aspetti spiacevoli e dolorosi di un’esperienza funziona come un elemento di stress di carattere cumulativo, aumentando la possibilità di contrarre malattie, sviluppare ansia, depressione, disturbi da stress-postraumatici o altri disturbi psicosomatici.
  • I segreti minano la nostra capacità di pensare. Rinunciare a parlare di questioni rilevanti e nascondere, più o meno intenzionalmente, quanto proviamo può recidere il filo dei nostri ragionamenti. Se non ci diamo la possibilità di parlare con qualcuno (anche fosse solo immaginarsi di poterlo fare) di un’esperienza per noi significativa, avremo più difficoltà ad elaborarla nella mente in maniera completa e ad integrarla nella nostra storia di vita.
  • L’apertura e l’espressione emotiva riduce gli effetti nocivi dei ‘non detti’ e impone ad un riesame degli eventi. Affrontare, rivelare un qualche aspetto stressante ci aiuta a comprenderlo e ad assimilarlo dentro una cornice più ampia, più chiara e di conseguenza più superabile.

 

Ma perché scrivere e narrarsi in psicoterapia?

La scrittura usata in questo senso, come mezzo espressivo, ha l’enorme potere di tirare fuori letteralmente ciò che c’è di più recondito e profondo nelle pieghe del nostro cuore e della nostra mente.

Consente di esprimere l’indicibile, quello che non può, per pudore o per giudizio sociale, essere detto, essere reso manifesto.

La scrittura in questo senso ha un potere di rivelazione, di smascheramento, di rendere visibile quello che viene comunemente relegato in uno stanzino oscuro della nostra mente, vuoi per abitudine, vuoi perché considerato sconveniente e disdicevole.

Scrivere chiama ad Essere, chiama a portare luce a quelle parti emotive taciute ma comunque attive nello spazio esistenziale della persona e che spesso la guidano in modi inconsapevoli …

Effettivamente è proprio per non essere più guidati da queste parti di emozioni, che sembrano avere una vita propria, che può venire in soccorso la scrittura.

La scrittura ci consente di vedere all’opera queste parti di noi, che pensano, sentono, agiscono secondo un loro copione, e riconoscendole per come sono, poter prenderne distanza e svincolarci.

Riconoscere le nostre zone d’ombra, portarle alla luce, ci fa vedere davvero quelle storie e narrazioni che ci intrappolano in una prigione che prima sembrava invisibile e dalla quale impossibile uscire.

La scrittura consente di vedere  tutte le sfaccettature del nostro mondo emotivo interno come personaggi sopra un palcoscenico ed osservare sotto il riflettore della consapevolezza  l’interezza della loro ‘teatralità’. Riassegnando a ciascuna parte la propria legittimità, si aprono altri spazi…

La scrittura apre a nuovi mondi, nuovi orizzonti di pensieri, nuove parti di sé.

La scrittura restituisce una dimensione di libertà, quella di scegliere davvero quale parte di noi incarnare e agire nel mondo.

 

 

Bibliografia

‘Il potere della scrittura’(2017), James W. Pennebaker, Joshua M.Smith, Tecniche Nuove.

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ALIMENTAZIONE CONSAPEVOLE … un nuovo modo di rapportarsi al cibo con il MINDFUL EATING https://www.elenacristina.it/alimentazione-consapevole-un-nuovo-modo-di-rapportarsi-al-cibo-con-il-mindful-eating/ Sun, 11 Oct 2020 11:52:49 +0000 https://www.elenacristina.it/?p=439 Tutti noi abbiamo fatto esperienza almeno una volta nella vita di un desiderio impellente di cibo, spesso di un particolare alimento salato o dolce che appaghi il bisogno di sperimentare qualche cosa di piacevole tramite l’atto stesso del mangiare…un tipo di fame ‘famelica’, per usare un gioco di parole! Spesso è la ricerca di un’emozione […]

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Tutti noi abbiamo fatto esperienza almeno una volta nella vita di un desiderio impellente di cibo, spesso di un particolare alimento salato o dolce che appaghi il bisogno di sperimentare qualche cosa di piacevole tramite l’atto stesso del mangiare…un tipo di fame ‘famelica’, per usare un gioco di parole!

Spesso è la ricerca di un’emozione e di una sensazione piacevole e appagante per scacciare e o modificare una qualche sensazione negativa che dà origine alla smania di cibo.

Pensateci, non ci si sente, almeno per qualche attimo, un po’ meno tristi in compagnia di un nostro cibo preferito? (sia esso una tavoletta di cioccolato, un trancio di pizza o qualsiasi altro comfort food?)

Ebbene,  l’approccio mindful eating (tradotto in italiano, alimentazione consapevole), invita ad esplorare la relazione che esiste tra come stiamo (pensieri, emozioni, stati d’animo) e come mangiamo (comportamento).

Quando siamo totalmente presenti all’intera esperienza del mangiare, cominciamo via via a crescere nella consapevolezza che ci serve molto meno cibo per sentirci sazi e al tempo stesso soddisfatti e gratificati.

Il Mindful eating è in sostanza l’applicazione della pratica della mindfulness o consapevolezza al campo dell’ alimentazione.

Ma che cos’è la mindfulness o consapevolezza?

Jon Kabat Zinn definisce la mindfulness come la consapevolezza che emerge prestando una particolare forma di attenzione al momento presente, in maniera intenzionale ed in modo non giudicante, al dispiegarsi dell’esperienza, momento dopo momento.

Sul potere della consapevolezza sono stati scritti molti libri, tuttavia, citando il famoso monaco buddhista Thich Nhat Hanh ‘meglio rendersene conto praticandola’!

Proprio come un bambino piccolo impara a camminare provando e riprovando, passando dal gattonare all’alzarsi in piedi, per cadere e rialzarsi infinite volte, anche noi dobbiamo applicare la consapevolezza a tutto quello che facciamo, se vogliamo padroneggiarla bene sentendocela addosso come una seconda pelle.

Quando portiamo questa attitudine all’alimentazione, cominciamo a scoprire un nuovo modo di rapportarci col cibo:

-Iniziamo ad utilizzare tutti i nostri sensi per essere totalmente presenti nel momento in cui gustiamo il cibo che abbiamo di fronte: olfatto, vista, tatto, udito, gusto ma non solo! Si scopre di avere in nostra dotazione altri sensi molto più sottili, quello del corpo come organismo, il senso della fame dello stomaco, riuscendo a discriminare tra senso di sazietà e senso di pienezza, e perfino quello delle cellule!

-possiamo iniziare a notare i nostri pensieri automatici e spesso inconsapevoli sugli alimenti (‘fame della mente’ che distingue tra cibi ‘ok’, cibi ‘nemici’)

– scoprire i nostri atteggiamenti e le modalità abituali con cui ci approcciamo al cibo (evitamento, controllo, ricerca selettiva, pattern o schemi di condotta)

– notare che il cibo non è mai abbastanza e arrivare ad interrogarci su cosa in realtà abbiamo fame…

DI COSA HAI FAME REALMENTE ? questa è di fatto la domanda centrale con cui fare i conti quando si inizia ad intuire che la consapevolezza ha poco a che fare col cibo in sé mentre è molto legata al nostro modo di vivere ….

Osservando più a fondo il nostro rapporto col cibo potremmo fare delle interessanti scoperte.

Potremmo accorgerci che dietro alla ricerca spasmodica di alimentarci potrebbe nascondersi un bisogno più profondo che vuole essere nutrito…

Potremmo sentire la mancanza di una reale vicinanza con le altre persone, di un lavoro più stimolante e gratificante, di coltivare la nostra spiritualità o di maggior tempo libero da dedicare a noi stessi per divertirci o per la nostra crescita.

In questi casi, non importa di quanto cibo ci rimpinziamo per tentare di riempire questi vuoti, è come riempire un pozzo senza fondo poiché il cibo non è la soluzione adeguata al problema!

E’ quella che viene chiamata FAME DEL CUORE, o più comunemente conosciuta con il nome di ‘fame emotiva’ o ‘fame nervosa’.

Le emozioni negative, come l’ansia, l’angoscia, la tristezza e la rabbia, producono spesso sensazioni corporee intense afferenti allo stomaco e all’apparato digerente. Le persone che soffrono di fame nervosa spesso confondono i segnali somatici di natura emotiva con quelli di natura prettamente organica, per questo motivo ricorrono al cibo come soluzione immediata per alleviare la sensazione di disagio. Di frequente all’origine c’è un bisogno di sentirsi amati, apprezzati, riconosciuti e validati dagli altri. E’ evidente, ad uno sguardo più razionale, che questi bisogni difficilmente possano trovare una soddisfazione tramite il ricorso al cibo; è esperienza comune tra chi soffre di fame emotiva accorgersi in breve tempo che  quel vuoto e quel disagio faticano a dileguarsi…

La fame del cuore esige un differente nutrimento fatto di intimità emotiva, connessione, conforto e di cura dei nostri legami e relazioni.

 

Cavalcare l’onda della fame emotiva  

  1. Alan Marlatt, psicologo americano con alle spalle una lunga esperienza di meditazione, ha introdotto una tecnica psicologica chiamata ‘urge surfing’, traducibile nell’espressione ‘cavalcare l’onda’.

L’urge surfing risulta particolarmente utile ed efficace poiché non mira a controllare o ad eliminare l’emozione, piuttosto invita a rispondere all’impetuoso desiderio di cibo coltivando un’attitudine vigile (dunque di presenza mentale e consapevolezza), genuinamente aperta, non giudicante e perfino curiosa di osservazione nei confronti di quello che sta accadendo nel mentre in cui accade….

È un approccio assolutamente controintuitivo ! Anziché fare ciò che istintivamente ci verrebbe in mente, ovvero opporre resistenza al desiderio che monta, l’invito è proprio quello di considerare il desiderio di cibo alla stregua di qualsiasi altro fenomeno naturale con un inizio e una fine.

Se lasciamo che la smania di cibo segua il suo corso, senza reagirvi, potremmo osservare che come ogni tipo di urgenza ha un inizio, un picco di intensità e un momento di calo, paragonabile ad un’onda.

Chi ha imparato con successo a surfare l’onda della smania di cibo, ha imparato a stare e ad essere con tutto sé stesso nell’esperienza della mente desiderante senza necessariamente agire il solito comportamento alimentare, bensì sperimentando la possibilità di rimanere saldi senza dannosi effetti collaterali. Si fa esperienza di un nuovo spazio di libertà….

 

Il percorso MIndful Eating

Il protocollo MB-EAT (Mindfulness Based- Eating Awareness Training), ovvero Training per la Consapevolezza Alimentare basato sulla Mindfulness messo a punto da Kristeller (Kristeller, 2013) si è rivelato di robusta efficacia in numerosi studi per vincere sia la più generica fame emotiva sia quella forma di franco disagio clinico inquadrabile come Binge Eating Disorder.

Il programma si articola in 9 incontri, generalmente di gruppo, ed è strutturato in modo da introdurre gradualmente elementi della pratica meditativa (pratica di consapevolezza del respiro, body scan, meditazione camminata, yoga) parallelamente agli esercizi di alimentazione consapevole. Quest’ultimi consistono in una serie di sfide di difficoltà crescente, ad esempio si inizia con la pratica del mangiare in modo consapevole uno snack o un pasto fino ad estendere questo atteggiamento di osservazione consapevole a tutte le esperienze alimentari nella loro globalità, inclusa l’attività del fare la spesa e i processi di scelta dei cibi al ristorante o fuori casa.

All’interno del programma sono anche affrontati il tema del rapporto con il proprio corpo e immagine corporea, non di rado accompagnati da emozioni difficili (senso di colpa, vergogna, imbarazzo). E’ per questo motivo che si introduce la pratica dell’accettazione di sé, della compassione e della gratitudine come qualità da coltivare per risanare il rapporto con sé stessi.

E’ indubbiamente un programma che richiede un forte impegno e motivazione. Gli esercizi quotidiani a casa costituiscono l’asse portante del programma, in virtù del valore fondativo della pratica applicata allo specifico contesto di vita del singolo individuo. Purtuttavia è proprio questa la ricchezza di questo approccio: non prescrive cosa mangiare e cosa non ma, in linea con la saggezza degli insegnamenti buddisti, sostituisce alle verità imposte (talvolta dettate dalla moda del momento) la riflessione critica e l’esercizio della consapevolezza, indicandoci come mangiare e nutrire più pienamente il nostro Corpo, la nostra Mente e il nostro Cuore….

Riassumendo alcuni concetti significativi del percorso, possono essere utili le seguenti indicazioni

  1. Smetti di lottare con la bilancia
  2. Impara ad assaporare realmente il cibo, tutto il cibo, vedendolo come ‘cibo amico’
  3. Pratica la consapevolezza nella tua vita quotidiana
  4. Pianifica uno stile di vita che favorisca l’attitudine alla consapevolezza
  5. Fai yoga ed attività fisica per nutrire il bisogno di movimento del corpo
  6. Coltiva la gratitudine

Se desideri sperimentare in prima persona il percorso di MINDFUL EATING scrivimi all’indirizzo mail dr.ssacristina@gmail.com

 

Bibliografia

Montesarchio, T. (2017), ‘Mindful Eating. Una metodologia innovativa per regolare il rapporto con il cibo’, EPC Editore

Thich Nhat Hanh & Lilian Cheung, ‘Mangiare Zen. Nutrire il corpo e la mente’, Oscar Mondadori

Kristeller, J., et al. (2013), Mindfulness-Based Eating Awareness Training (MB-EAT) for Binge Eating: A Randomized Clinical Trial. Springer Science + Business Media, New York.

 

 

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IL NEGLECT: QUANDO IL MONDO ESISTE A META … https://www.elenacristina.it/il-neglect-quando-il-mondo-esiste-a-meta/ Tue, 29 Sep 2020 11:44:21 +0000 https://www.elenacristina.it/?p=432   ‘La Signora S. a volte si lamenta con le infermiere perché, dice, non le hanno messo sul vassoio il dolce o il caffè. Quando queste rispondono: ‘Ma è lì, signora, a sinistra’, sembra non capire quello che dicono, e non guarda a sinistra. Se le voltano piano la testa facendo sì che il dolce […]

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Psicologa rho

‘La Signora S. a volte si lamenta con le infermiere perché, dice, non le hanno messo sul vassoio il dolce o il caffè. Quando queste rispondono: ‘Ma è lì, signora, a sinistra’, sembra non capire quello che dicono, e non guarda a sinistra. Se le voltano piano la testa facendo sì che il dolce entri nel suo campo visivo, nella metà destra non compromessa del suo campo visivo, dice: ‘Oh, eccolo. Prima non c’era’. Essa ha completamente perduto l’idea di ‘sinistra’, per quanto riguarda sia il mondo esterno sia il proprio corpo’. (Oliver Sacks, 1985 )                                                                                                                                

Il Neglect tradotto in italiano eminattenzione o eminegligenza spaziale unilaterale è una sindrome neuropsicologica che segue una lesione cerebrale, solitamente un ictus o un trauma cranico.

E’ caratterizzata dall’incapacità da parte del paziente di percepire o prestare attenzione a oggetti, persone, rappresentazioni, collocati in un emicampo visivo (solitamente controlaterale alla lesione), e di agire in quel lato dello spazio (Robertson, 1999).
Chi subisce una lesione alla corteccia parietale è  spesso soggetto a questo tipo di manifestazioni di negligenza spaziale, nella quale una parte del corpo o del mondo è ignorata o soppressa. Consiste sostanzialmente nella perdita della capacità di esplorare coscientemente una parte di emicampo visivo,  controlaterale (opposto) a quello compromesso .

Nella maggior parte dei casi il lato che viene “negato” è quello sinistro a seguito di un evento cerebrale occorso nell’emisfero destro. Il neglect può presentarsi anche a seguito di lesioni a sinistra ma diversi studi hanno mostrato come questi casi siano meno frequenti e meno gravi; inoltre questi pazienti sono più difficili da valutare a causa dell’afasia. La condizione di negligenza varia lungo un gradiente temporale che va da pochi giorni a periodi prolungati.

Nonostante spesso si associ a emianopsia, emianestesia o emiparesi, la sindrome non dipende da deficit sensoriali (visivi)  o motori.
Eppure tutto ciò non ha nulla a che fare con la corteccia visiva e dunque il paziente vede, ma arriva anche a negare l’esistenza stessa di ciò che include l’emicampo controlaterale, anche somaticamente parlando – perdendone cioè sensibilità.

Come ben spiega uno dei più illustri studiosi di neglect,  E. Bisiach, il paziente affetto da negligenza spaziale si comporterà come se non fosse più in grado di percepire e concepire l’esistenza di un lato dello spazio egocentrico, corporeo ed extracorporeo.

Si possono immaginare le molte ricadute che questa sindrome neurologica può avere sulla vita quotidiana; in taluni casi, la persona colpita da neglect può per esempio non radere una parte del proprio corpo di cui non ammette l’esistenza, oppure omettere di vestirla; mangiare solo metà di ciò che si trova nel suo piatto o urtare contro gli oggetti mentre si muove nello spazio che lo circonda, seppur familiare, come la propria stessa casa. ‘Quando rifaccio il letto ora ci impiego tantissimo tempo e picchio sempre dentro i comodini e gli altri mobili attorno’, racconta la signora M.

Oliver Sacks, in uno dei suoi più famosi libri, a proposito di questa sindrome di ‘trascuratezza’ cita le parole del collega neurologo Mesulam ‘Quando la trascuratezza è grave, il paziente può comportarsi quasi come se metà dell’universo avesse tutt’a un tratto perso ogni significato e addirittura cessato di esistere…i pazienti con trascuratezza unilaterale si comportano non solo come se in realtà nell’emispazio sinistro non accadesse nulla, ma anche come se da quell’area non ci fosse da aspettarsi alcunché di importante.’

Per valutare l’estensione del disturbo esistono dei test neuropsicologici. Quello più utilizzato dai neuropsicologi è il test di Barrage. In questo test viene chiesto al soggetto esaminato di barrare con una riga trasversale tutte le linee che ci sono sul foglio: il paziente con negligenza spaziale segna le linee sul lato destro del foglio mentre non apporrà alcuna barra sulle linee a sinistra del foglio, che ricadono all’interno dell’emicampo visivo sinistro, le quali non vengono percepite, poiché  non ve ne è coscienza.

Per il trattamento e la riabilitazione di questo disturbo esistono alcune tecniche e programmi specifici di allenamento per ri-orientare la visione – percezione del paziente verso l’emicampo inibito e sviluppando strategie comportamentali compensative per aumentare i movimenti oculari diretti verso l’emicampo lesionato,  impercepito.

Quando Oliver Sacks incontrò la signora S. nel 1976 non erano disponibili computer e videogiochi. Oggi la riabilitazione del neglect prevede sia esercizi carta e matita sia esercizi con l’ausilio di tablet e/o pc che consentono di personalizzare il piano di trattamento e complessificare gradatamente il livello di riabilitazione cognitiva. Essi permettono ai pazienti con neglect di controllare la metà ‘mancante’ o gli insegnano a farlo da soli.

 

Bibliografia

Oliver Sacks (1985), ‘L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello’,  Gli Adelphi

Robertson, I. H. & Hawkins, K. (1999). Limb activation and unilateral neglect. Neurocase, 5, 153 – 160.

Bisiach, E. & Luzzatti, C. (1978). Unilateral neglect of representational space. Cortex ,14, 129-133.

 

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Fibromialgia e mindfulness https://www.elenacristina.it/fibromialgia-e-mindfulness/ Mon, 27 Apr 2020 14:12:25 +0000 https://www.elenacristina.it/?p=388 La fibromialgia è un disturbo da dolore cronico diffuso che colpisce sia i muscoli e le articolazioni sia il tessuto molle o fibroso, caratterizzato da fragilità, stanchezza e sonno non ristoratore, dolore alla palpazione in particolari punti del corpo (tender points), rigidità e tensione muscolare, disturbi cognitivi tra cui difficoltà di apprendimento e di memoria […]

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La fibromialgia è un disturbo da dolore cronico diffuso che colpisce sia i muscoli e le articolazioni sia il tessuto molle o fibroso, caratterizzato da fragilità, stanchezza e sonno non ristoratore, dolore alla palpazione in particolari punti del corpo (tender points), rigidità e tensione muscolare, disturbi cognitivi tra cui difficoltà di apprendimento e di memoria (American College of Rheumatology ).
Le cause sono ancora sconosciute sebbene molteplici fattori di ordine biologico, genetico ed ambientale sono coinvolti nella sua insorgenza e sviluppo. Molto comune è la presenza di sintomi depressivi, in circa il 18% dei soggetti si rileva la presenza di Depressione Maggiore.
Il trattamento ordinario della fibromialgia è realizzato con antidepressivi, farmaci per il sonno e/o anti-infiammatori e analgesici, che spesso tuttavia risulta inefficace.
I più recenti dati della letteratura scientifica suggeriscono un piano di trattamento più articolato che preveda la combinazione di interventi medico-farmacologici, esercizio fisico ed interventi psicologici/psicosociali. Tra questi sono risultati efficaci gli interventi basati sulla mindfulness, in particolare il protocollo MBSR messo a punto da Jon Kabat-Zinn allo scopo di ridurre la sofferenza tra quei pazienti che soffrono di dolore cronico. Si utilizzano delle tecniche e delle abilità di riduzione dello stress, tra le quali varie pratiche di meditazione formale, come la meditazione seduta, lo Hatha Yoga e una serie di altre tecniche con una focalizzazione sulla dimensione corporea, ad esempio il Body Scan. I partecipanti sono invitati a dirigere e a mantenere l’attenzione all’esperienza immediata, nel presente, assumendo un’attitudine interiore di apertura, accettazione, curiosità e compassione. Basato sulla tradizione di pratica meditativa buddista vipassana, le abilità di mindfulness incoraggiano l’assunzione di una consapevolezza non giudicante nei confronti delle proprie esperienze, siano esse cognitive, emotive e somatiche, momento per momento. La posizione decentrata è considerata la chiave per scollegarsi dai propri schemi mentali, cognitivi e affettivi, per giungere ad un miglior adattamento e ridurre l’impatto negativo di pensieri ed emozioni, sensazioni associati al dolore cronico.
A differenza di altre tecniche che promuovono il rilassamento, la pratica della mindfulness promuove l’auto-osservazione, l’accettazione, la compassione e la saggezza in risposta al dolore.
E’ stato osservato come l’accettazione è una variabile cognitiva che risulta particolarmente benefica in quei pazienti che soffrono di una malattia cronica e possiede una funzione adattativa a lungo termine per il benessere psicofisico. Una maggior accettazione del dolore è associata con una minor intensità percepita del dolore stesso, minori livelli di ansia e depressione, un’aumentata attività quotidiana e un ridotto utilizzo di medicinali.
In sostanza, il ricorso alle abilità di mindfulness per fibromialgia correla positivamente con la riduzione nell’utilizzo della ruminazione e di altre strategie di evitamento, tipiche delle persone che soffrono di fibromialgia e dolore cronico; una pratica continuativa di meditazione indebolisce la relazione tra l’intensità del dolore percepito e la sua catastrofizzazione, aumenta il sentimento di accettazione del dolore ed il senso di auto-efficacia nella sua gestione.
Un intervento di natura comportamentale orientato alla mindfulness, che ha come obiettivo la riduzione della sintomatologia depressiva, può indirettamente apportare benefici su molteplici aspetti, non solo fisici ma anche personali, familiari, sociali, lavorativi, migliorando notevolmente la qualità di vita di questi pazienti.

 

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LA SFIDA DELLE FAMIGLIE RICOMPOSTE. QUALE TERAPIA? https://www.elenacristina.it/articolo-esempio-1/ Tue, 10 Dec 2019 14:24:25 +0000 https://www.elenacristina.it/?p=247 LE FAMIGLIE RICOMPOSTE: UNO SCENARIO FAMILIARE EMERGENTE Il fenomeno delle famiglie ricomposte in realtà è da sempre esistito ricoprendo storicamente un’importante funzione sociale, quella di garantire cure e assistenza a figli rimasti orfani di madre o padre. E’ sempre stato socialmente accettata la prassi che un uomo o una donna rimasti vedovi cercassero un nuovo […]

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LE FAMIGLIE RICOMPOSTE: UNO SCENARIO FAMILIARE EMERGENTE

Il fenomeno delle famiglie ricomposte in realtà è da sempre esistito ricoprendo storicamente un’importante funzione sociale, quella di garantire cure e assistenza a figli rimasti orfani di madre o padre. E’ sempre stato socialmente accettata la prassi che un uomo o una donna rimasti vedovi cercassero un nuovo compagno per continuare a provvedere ai figli affettivamente e/o economicamente.

Quello che cambia oggigiorno sono le condizioni con cui si originano queste tipologie di famiglia, da un lutto di natura diversa da ciò che capitava nel passato, ovvero una separazione o un divorzio.

Nonostante il tasso d’incidenza di separazione e divorzi sia in continua crescita, un nucleo formato da due genitori biologici o adottivi, che vivono con i propri figli costituisce ancora oggi la forma familiare ideale sulla base della quale tutte gli altri tipi di famiglia vengono valutate e dal cui confronto- scarto con tale modello normativo ne escono in qualche modo perdenti, essendo percepite in qualche modo ‘devianti’ e ‘deficitarie’.

A rendere ancora più critico il quadro, non esiste tuttora un linguaggio adeguato per descrivere la complessità dei rapporti nelle famiglie ricomposte.

Basti pensare alla mancanza di una terminologia specifica volta a designare la relazione genitore acquisito e figlio, che costituisce la cifra della famiglia ricomposta. E’ il segno della fatica culturale a mentalizzare tale legame e del bisogno di ricondurla alla forma più nota e conosciuta della famiglia nucleare tradizionale.

Gli stessi modi di dire ‘compagno o compagna della mamma o del papà’ dicono della relazione di coppia esistente tra i due adulti ma escludono il rapporto tra il figlio e il compagno del genitore; i termini ‘matrigna’, ‘patrigno’, ‘figliastro/a’ rimandano perlopiù a connotazioni e stereotipi negativi (sorgono rapide le associazioni con la matrigna cattiva di Cenerentola!).

L’attenzione al legame genitore acquisito e figlio è di primaria importanza. Molteplici sono gli studi che evidenziano come la causa più probabile di rottura delle seconde unioni riguarda disaccordi legati all’occuparsi dei figli mentre un legame positivo tra questi e i compagni del genitore influenza sia la soddisfazione di coppia sia la stabilità coniugale (Lansford et al., 2001, Jensen, Shafer e Larson, 2014).

La mancanza di un linguaggio condiviso incontra parallelamente un vuoto legislativo e l’assenza di codici di comportamento socialmente condivisi e accettati: quali sono i compiti di un genitore acquisito? Un padre acquisito può intervenire nell’educazione dei figli del compagno?

In tale condizione di assenza di punti di riferimento, ogni famiglia ricomposta deve fare da sé e questo inevitabilmente pone grandi fatiche e stress, senso di confusione e disorientamento.

Certamente genitori acquisiti non si diventa all’istante o in concomitanza con la costituzione del nuovo nucleo ovvero con l’inizio della convivenza. Il vivere sotto lo stesso tetto non è una condizione sufficiente affinché si creino spontaneamente unione ed armonia. La creazione della nuova famiglia, la relazione di genitorialità acquisita in particolare, è un processo lento e graduale in cui tutti i membri sono attivamente coinvolti e responsabili del reciproco scegliersi.

L’intervento di un terapeuta attento può essere fondamentale nell’accompagnare in questo processo di ‘creare famiglia’.

LE 5 GRANDI SFIDE DELLE FAMIGLIE RICOMPOSTE

Patricia Pepernow ha identificato le cinque grandi sfide che caratterizzano le famiglie ricomposte.

  1. La prima è la contrapposizione tra il ruolo di Insider (ovvero ‘Interno al gruppo’) ricoperto dal genitore biologico ed il ruolo di Outsider (‘Estraneo al gruppo’), in cui sono spesso ‘bloccati’ i rispettivi compagni. In una coppia ricostituita, specialmente all’inizio, i ruoli di insider e outsider sono fissi. Le abitudini condivise, i valori, le modalità di ‘reazione tipiche’ sono appannaggio della diade genitore- figlio, pertanto quando un bambino entra in una conversazione tra i partner, il compagno o la compagna viene ‘costretto’ nella posizione di outsider, con l’annessa sensazione di sentirsi isolati, invisibili, non considerati. Al contrario il genitore nella posizione di insider, se da una parte sperimenta un senso di connessione, di sentirsi importante e coinvolto nell’esclusività del legame col figlio, dall’altra parte avverte la spiacevole sensazione di stare in bilico tra le persone che più ama, arrivando spesso ad affermare (quanto meno dentro di sé) ‘non obbligatemi a compiere una scelta’.
  2. La seconda sfida è data dal verificarsi di troppi cambiamenti troppo velocemente, specialmente per i più piccoli. Tra i numerosi cambiamenti vi sono il senso di perdita nei confronti dei genitori biologici, anche di colui che vive quotidianamente con il figlio, poiché in casa c’è potenzialmente un nuovo competitor affettivo, il compagno o la compagna, che può privarlo di attenzioni e cure; conflitti di lealtà del tipo ‘se inizio a voler bene al compagno/a della mamma/del papà, tradisco i miei genitori’; in generale la fatica di stare al passo dei più grandi nel loro cambiamento di vita, desiderosi di ‘andare avanti’ quando i più piccoli hanno bisogno di più tempo per adattarsi. 
  3. Una terza grande sfida è rappresentata dal tema dell’educazione dei figli. E’ stato riscontrato che, indipendentemente dal contesto culturale di riferimento, i compagni tendono a considerare il partner nel loro ruolo di genitore ‘troppo buono e permissivo’. Di contro, quest’ultimi considerano i rispettivi compagni eccessivamente rigidi e severi (Faroo, 2012; Nozawa, 2015; Papernow, 2013, 2015). In parte ciò si spiega dal legame di profonda connessione emotiva che esiste tra genitori e figli, che li rende più compassionevoli e tolleranti, ed in parte anche in virtù di accordi e regole impliciti (che si sono costruite nella storia del legame) tra genitore e figlio su quando è necessario ‘alzare la voce’, ‘far rispettare un limite’ etc. Quando le cose non funzionano nelle famiglie ricostituite, i partner possono trovarsi intrappolati in una spirale di escalation e polarizzazione dove più il genitore acquisito diventa rigido, più quello biologico diventa protettivo. Nelle famiglie ricomposte che funzionano si fa ‘gioco di squadra’: i compagni possono aiutare i genitori a virare verso uno stile educativo più fermo quando serve; parimenti i genitori biologici possono aiutare questi nell’essere più morbidi e comprensivi.
  4. La quarta sfida è il creare un nuova cultura famigliare in presenza di almeno altre due culture familiari già completamente formate e consolidate. Capita sovente che le peggiori guerre si scatenino per motivi apparentemente banali di convivenza, come ad esempio dove riporre gli asciugamani bagnati, i vestiti usati etc. Per affrontare questa sfida è necessario dedicare un tempo alla riflessione e alla pianificazione di regole condivise che trasmettano gradualmente un senso di familiarità e conservino la preziosa sensazione di ‘sentirsi a casa’ anche in nuovi contesti.
  5. La quinta e ultima sfida ma come dicono gli anglosassoni (last but not least) è almeno la tri-genitorialità. Nelle famiglie ricomposte c’è quasi sempre un altro genitore al di fuori del nuovo nucleo famigliare. Per quanto è facile allearsi con la visione del proprio partner di un ex, dal comportamento oltraggioso e malvagio, è compito della nuova coppia ricostituita tutelare al meglio delle loro possibilità l’immagine dell’altro genitore agli occhi dei figli. Gli adulti sono spesso felici quando si liberano di un partner inadeguato o, nel peggior dei casi, maltrattante. Tuttavia dal momento che il legame genitore-figlio è eterno, gli adulti devono essere accompagnati nella comprensione che per un figlio il sollievo è spesso mischiato a sentimenti penosi, di dolore e confusione.  Il terapeuta lavorerà su due livelli: su un primo livello, nell’aiutare gli ex coniugi ad utilizzare le proprie migliori abilità l’uno nei confronti dell’altro, anche in situazioni che li spingerebbero ad agire dando il peggio di sé e, su un secondo livello, rafforzando l’abilità della nuova coppia nel non innescare e non alimentare dannosi cicli di reattività negli scambi comunicativi con l’ex coniuge.

LA TERAPIA CON LE FAMIGLIE RICOMPOSTE

la terapia per una famigliaObiettivo primario della terapia è identificare quelle che sono le interazioni problematiche all’interno del gruppo famiglia allargata che impediscono di accedere alle potenziali risorse interne. Compito del terapeuta sarà quello di scoprire e sfruttare i vantaggi che potrebbero nascere dall’incontrare i differenti sottosistemi dell’intero sistema famiglia allargata per ripristinarne un più sano funzionamento per tutti.

In pratica, il terapeuta lavora con piccoli gruppi o diadi per rafforzare i legami interni della famiglia ricomposta.

Per semplificare, immaginate la seguente vignetta*: 

Sara è una ragazza adolescente che vive con la madre biologica Maria e il ‘genitore acquisito’ Pietro.

Come spesso accade, Sara inizia a lamentarsi del suo professore di matematica, lamentela solitamente accolta dalla mamma e interpretata semplicemente come mera frustrazione, che non sfocia in alcun tipo di discussione. Tuttavia, dall’inizio della convivenza della nuova coppia, anche Pietro, che crede nell’importanza dell’educazione e del rispetto nei confronti degli adulti, ascolta le lamentele della figlia adolescente e quello che prima era un innocuo momento di sfogo emotivo può dare il via ad una cascata di intense reazioni emotive. 

La madre di Sara rispondeva alla figlia con una battuta scherzosa del tipo ‘il professor X dovrebbe iniziare a collezionare francobolli, così avrebbe altro di cui occuparsi oltre ai tuoi compiti’. Questa modalità di comunicazione, esclusiva tra madre e figlia, provocava nella ragazza una risata divertita così da poter tornare più tranquilla ai suoi compiti. Pur continuando a non sopportare l’insegnante, l’occasione di lamentarsi e di ricevere supporto emotivo da sua madre l’aiutavano a calmarsi.

Tuttavia la mamma, in presenza del compagno, è riluttante a condividere il suo reale pensiero che ‘a volte una piccola, innocente mancanza di rispetto può essere benefica, nel senso che aiuta la figlia a riprendere lo studio’. Di conseguenza, cambia il suo modo di interagire con lei per timore di non offendere il compagno in qualcosa che lui ritiene importante (il rispetto verso gli adulti). In concreto, Maria inizia a mettere in atto un comportamento nuovo, facendo notare a Sara che in effetti ha commesso alcuni errori nei suoi compiti.

A questo punto non è difficile immaginare la reazione furente di Sara, che attacca la mamma rimproverandole di aver perso completamente il suo senso dell’umorismo e di interessarsi soltanto di ciò che dice il nuovo compagno. Questi, in buona fede ed inconsapevole che la rabbia della ragazza sia dovuta più alla percezione di aver perso il supporto della madre che alla matematica, anziché calmare le acque, incalza la figlia della compagna, rimarcandone il comportamento poco rispettoso, e generando una frattura difficile da risanare sia su un livello di comunicazione sia nei legami.

Gran parte dell’incomprensione tra i componenti di questa vicenda famigliare è dovuta alla difficoltà di andare incontro ai differenti bisogni di ciascuno: in particolare il voler dare sostegno emotivo alla figlia da parte della madre, il desiderio di non escludere il compagno dalla conversazione, il desiderio del compagno di essere partecipe verso ciò che accade nella vita delle persone con cui ha scelto di vivere.

In tali situazioni è evidente come le parti coinvolte hanno tutte una giustificazione logica per le proprie scelte, tuttavia il risultato complessivo è influenzato dal concatenarsi dei reciproci punti di vista (alcuni dei quali taciuti e non condivisi), come se si creasse un effetto domino!

Il terapeuta interverrà dunque a livello dei singoli componenti e/o di diadi del sistema (madre-figlia, coppia) per spiegare cosa non sta funzionando a livello di comunicazione familiare e perseguirà i seguenti obiettivi:

  1. Rafforzare e rendere sicure tutte le relazioni, promuovendo lo sviluppo di un autentico senso di connessione emotiva tra i singoli componenti della famiglia.
  2. Spiegare ai membri della famiglia il dilemma nei loro scambi comunicativi, rendendo esplicito ciò che rimane ‘non detto’, anche per timore di ferire, offendere che purtuttavia condiziona il comportamento, gli atteggiamenti messi in atto.
  3. Confermare la ‘buona fede’ di tutte le persone coinvolte.
  4. Stabilire nuovi scambi comunicativi che incoraggino la condivisione all’interno della famiglia ma allo stesso tempo riconoscere l’importanza degli scambi all’interno dei singoli sottosistemi tra membri, promuovendo l’autenticità di ciascuno.

Diventare una famiglia ricomposta è un’impresa tanto ardua quanto ricca e meravigliosa. Per utilizzare una metafora chiave diventare famiglia ricostituita non somiglia tanto a fare un frullato, somiglia più a tentare di mettere insieme una parte di famiglia giapponese con una parte di famiglia italiana.

Pretendere che tutti mangino la pasta od usino le bacchette contribuirà soltanto a rendere più infelice la vita di tutti. Fondamentale è dedicare del tempo a ciascun membro per conoscersi e costruire insieme una nuova lingua fatta di scambi comunicativi, abitudini, condivisioni, regole ed intese che permetta di affrontare piccole e grandi sfide e vincere tutti insieme!

Bibliografia essenziale sulla tematica delle Famiglie Ricomposte

*la vignetta sopra illustrata, riadattata nel nome dei personaggi, puramente inventati, è tratta da un’esemplificazione clinica all’interno del capitolo ‘La vulnerabilità della famiglia ricomposta: interventi clinici’ di Scott Browning, Volume ‘Ricomporre famiglia. Tra ferite e risorse’, a cura di M. Accordini, Scott Browning, FrancoAngeli, 2017.

Ricomporre famiglia. Tra ferite e risorse’, a cura di M. Accordini, Scott Browning, FrancoAngeli, 2017.

Lansford J.E., Ceballo R., (2001), ‘Does family structure matter? A comparison of adoptive, two-parent biological, single mother, stepfather and stepmother households’, Journal of Marriage and the Family, 63, 840-852.

Jensen T., Schafer K., Larson J. (2014), ‘(Step)Parenting attitudes and expectations: Implications for stepfamily functioning and clinical intervention’, Families in Society: The Journal of Contemporary Social Services, 95(3), 213-220.

Papernow P.L., (2015), ‘Therapy with couples in stepfamilies’, in Lebow J., Snyder D., Gurman A., (Eds.), The Clinical Handbook of Couple Therapy (5th ed., pp.467-488), Guilford Press, New York, NY.

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ERRORI DA NON RIPETERE, CRESCERE COME GENITORI https://www.elenacristina.it/articolo-esempio-2/ Tue, 10 Dec 2019 14:24:22 +0000 https://www.elenacristina.it/?p=246   Quante volte come genitori ci accorgiamo di essere ricaduti in un comportamento che volevamo evitare? Quante volte abbiamo disatteso la promessa che ci eravamo fatti di non ripetere gli stessi errori dei nostri genitori? Ebbene è un’esperienza universale nella quale come genitori ed esseri umani ci possiamo imbattere. Nei casi più fortunati, ce ne […]

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Quante volte come genitori ci accorgiamo di essere ricaduti in un comportamento che volevamo evitare? Quante volte abbiamo disatteso la promessa che ci eravamo fatti di non ripetere gli stessi errori dei nostri genitori?

Ebbene è un’esperienza universale nella quale come genitori ed esseri umani ci possiamo imbattere.

Nei casi più fortunati, ce ne accorgiamo piuttosto rapidamente, talvolta nel momento stesso in cui stiamo agendo in un modo che sappiamo essere poco adeguato o poco efficace. Eppure quel modo di reagire pare essere così istintivo e forte che ci fa credere di non averne il controllo.

Questo accade quando la relazione con i nostri figli ci mette in gioco intensamente in qualche aspetto di noi che non è a tutti gli effetti conosciuto, elaborato. Molto spesso questo aspetto più o meno noto di noi stessi si ricollega alla nostra stessa storia di relazioni familiari, alla storia di quel bambino che siamo stati in relazione con quei genitori che abbiamo avuto. Da quella nostra storia come bambini, chiamati a crescere e a diventare adulti nel mondo, sviluppiamo una serie di strategie di adattamento e di difesa che, se da un lato ci fanno sentire protetti e al sicuro, dall’altro tendono a chiuderci e ad isolarci in noi stessi, divenendo meno aperti e meno sensibili alle esperienze di chi ci sta attorno, persino nei confronti di chi amiamo di più.

ENTRARE IN SINTONIA

Per meglio chiarire il punto della questione, ora immaginate un bambino che corre tutto contento dalla mamma per mostrarle un barattolo pieno di maggiolini colorati trovati in giardino: ‘Mamma, guarda, non sono bellissimi?’. La mamma, che vede come unica cosa la casa invasa da insetti, risponde con tono deciso ‘Porta subito via questi orribili animali!’. In questa situazione le emozioni positive di gioia ed eccitazione che il bambino sta vivendo vengono ignorate e non condivise; come conseguenza tenderà ad essere confuso, faticando a comprendere come un’esperienza, che lo ha fatto sentire bene e felice, si leghi alle risposte della mamma che gli fanno pensare di essersi comportato male.

Una risposta della mamma più partecipativa verso le emozioni del figlio avrebbe aiutato il bambino a dare valore alla sua esperienza, sentendo che le sue idee ed emozioni sono importanti. Ciò non significa che come genitori dobbiamo assecondare ogni richiesta dei nostri bambini (né tanto meno far sì che le nostre case siano piene di insetti!) ma è importante entrare in sintonia con quello che sentono, prima ancora di cercare di modificare i loro comportamenti. Anzi, sintonizzarsi rappresenterebbe un primo passaggio obbligato anche per impartire efficacemente il rispetto di regole e in generale la disciplina.

Un esempio di risposta che va nella direzione di creare sintonia potrebbe essere: ‘Oh, fammi vedere! Ma che belle bestiole colorate! Grazie per avermele fatte vedere. Dove le hai trovate? Forse però i maggiolini sarebbero più contenti di stare fuori, non credi?’.  In tal caso il dare valore all’esperienza del bambino gli fa sentire che ciò prova è importante, sviluppa un senso di sé più saldo e profondo e contribuisce a rafforzare il rapporto fra madre e figlio.

UNA PARTICOLARE FORMA DI COMUNICAZIONE

diventare un genitore più competentePer potersi sintonizzare con l’esperienza interna dei nostri figli è necessario creare le condizioni per un tipo di comunicazione emozionale, molto diversa dalla comunicazione razionale a cui siamo abituati come adulti. Una forma di comunicazione profondamente integrativa nel senso che mette insieme, unisce, le diverse menti, quella del genitore e del bambino, dando origine alla meravigliosa e gratificante esperienza del ‘sentirsi sentito’ dall’altro, come se ci accorgessimo di star ballando la stessa musica!

Richiede però la messa in gioco di molteplici abilità, attitudini (di cui di sotto è presentata una sintesi):

  • consapevolezzaovvero la capacità di prestare attenzione all’intera gamma di segnali non verbali, corporei di sé e dell’altro.
  • sintonia, permettere ai propri stati della mente di adeguarsi a quelli degli altri;
  • empatia, mettersi nei panni di qualcun altro, alle sue esperienze, punti di vista;
  • unione, coltivare un’attitudine di disponibilità allo scambio di comunicazioni verbali e non verbali;
  • chiarificazione, aiutare a dare un senso alle esperienze dell’altro;
  • individualità, rispettare la dignità e la separatezza di ogni singola mente.

SPEZZARE LA RIPETIZIONE…LA MENTE RIFLESSIVA

In definitiva è necessaria una certa dose di sforzo e di energia mentale per spezzare i soliti cicli tanto ripetitivi quanto insoddisfacenti; quando ci sentiamo stressati o ci ritroviamo in situazioni che evocano reazioni legate a questioni irrisolte, possiamo essere travolti da emozioni intense, quali paura, rabbia o collera, tristezza, che ci portano a reagire in maniera automatica. Ci impediscono di pensare in modo diverso, più lucido e distinto, falliamo nel fornire risposte più razionali ed equilibrate e perdiamo diverse occasioni di reale connessione con i nostri figli.

Noi tutti vogliamo essere i migliori genitori possibili per i nostri figli e possiamo avvicinarci nella realizzazione di questo valore così importante prendendoci cura di noi medesimi e del nostro passato.

Per farla breve, è come se fosse necessario guardare con lo specchietto retrovisore ciò che è accaduto per prevenire il replicarsi di incidenti analoghi mentre guardiamo davanti a noi. Anche se le esperienze che abbiamo vissuto nei nostri primi anni di vita non ci hanno dato l’infanzia che avremmo voluto e che vorremmo per i nostri figli, non siamo per forza costretti a ripetere il passato.

Per liberarsi di questi pesanti fardelli fondamentale è lo sviluppo della capacità riflessiva sulla propria storia di vita. Ciò non significa cancellare e/o dimenticare brutti episodi (anche quelli ci hanno reso la persona che siamo oggi), bensì di cambiare il modo di rapportarci ad essi, con una presa di distanza che ci consente di poterne parlare apertamente e liberamente, traendo anche da queste esperienze più negative un qualche significato ed insegnamento da rilanciare nella relazione con i nostri figli.

IL LAVORO SULLA STORIA DI VITA

crescere come genitoreMolti autori, nella letteratura di settore, sottolineano come il modo in cui siamo arrivati a spiegare le nostre esperienze nei primi anni di vita, e quindi il modo in cui raccontiamo una storia della nostra infanzia predice la qualità del legame di attaccamento con i nostri bambini . Più nello specifico, più la narrazione della propria storia è coerente, maggiore è il movimento verso un attaccamento sicuro del bambino.

Diversi studi indicano anche come individui con un attaccamento insicuro nell’infanzia possono passare ad un attaccamento adulto sicuro; si tratta di un attaccamento sicuro ‘acquisito’ grazie ad un lavoro interiore di comprensione e conoscenza di sé che è possibile intraprendere in una relazione terapeutica. Curando vecchie ferite e trasformando i propri approcci difensivi nelle relazioni intime con gli altri, si può contribuire a rendere più sicuro il proprio funzionamento. In pratica, il modo migliore per prenderci cura dei nostri bambini è conoscersi!

Solo se riusciamo a comprendere il senso delle nostre prime esperienze come bambini allora saremo in grado di guardare con più chiarezza a ciò che accade nei momenti di stress di imparare a rispondere con molta più libertà, scegliendo con consapevolezza il tipo di interazione che vogliamo veramente avere coi nostri figli momento per momento.

BIBLIOGRAFIA

‘Errori da non ripetere. Come la conoscenza della propria storia aiuta a essere genitori’,  Daniel J.Siegel, Mary Hartzell, Nuova edizione, 2019, Raffaello Cortina Editore.

Main, M., Hesse, E., Goldwin, R., ‘Studiare le differenze nello stile del linguaggio nel racconto della storia di attaccamento. Un’introduzione all’AAI. In Steele, H., Steele, M., (a cura di), Adult Attachment Interview. Tr.it. Raffaello Cortina, Milano, 2010.

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