gestore | Centro Interapia Rho https://www.elenacristina.it Psicologa Psicoterapeuta Rho Fri, 19 Nov 2021 09:41:02 +0000 it-IT hourly 1 https://www.elenacristina.it/wp-content/uploads/2019/12/cropped-logo-32x32.png gestore | Centro Interapia Rho https://www.elenacristina.it 32 32 Criticismo https://www.elenacristina.it/criticismo/ Fri, 19 Nov 2021 09:41:02 +0000 https://www.elenacristina.it/?p=557 L’impatto degli stili di attaccamento sull’ auto-criticismo Lo studio di Kim e coll. è la prima prova che i modelli di attaccamento appresi durante la prima infanzia  possono modulare le risposte alle minacce e le immagini mentali quando si fa autocritica, esercitando una potente influenza sulla relazione quotidiana con sé stessi… Una caratteristica chiave delle […]

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L’impatto degli stili di attaccamento sull’ auto-criticismo

Lo studio di Kim e coll. è la prima prova che i modelli di attaccamento appresi durante la prima infanzia  possono modulare le risposte alle minacce e le immagini mentali quando si fa autocritica, esercitando una potente influenza sulla relazione quotidiana con sé stessi…

Una caratteristica chiave delle problematiche di salute mentale è il modo in cui le persone costruiscono rappresentazioni interne di sé  che diventano fonte di giudizio, valutazione autocritica. L’autocriticismo è stato individuato come fattore altamente implicato nella depressione (ruminazione), nell’ansia e nella fobia sociale, impedendo il recupero da problemi di salute mentale (Werner, 2019). Generalmente l’autocriticismo è un tratto comune in persone con uno stile di attaccamento insicuro, ovvero con alle spalle storie di attaccamento con genitori critici, rifiutanti o anche iperprotettivi. Le prime esperienze di relazione con le figure primarie hanno un impatto significativo sul modo in cui si impara a relazionarsi con sé stessi: pertanto se i tuoi genitori sono eccessivamente critici nei tuoi confronti, è altamente probabile che interiorizzi questo processo di relazione e diventi eccessivamente critico con te stesso. Non solo, l’essere stati esposti a episodi di maltrattamento in infanzia può alterare la stessa capacità di elaborazione delle informazioni a livello emotivo in età adulta, per via di concomitanti alterazioni neurofisiologiche.

Jeffrey J.Kim e coll. (2020) hanno condotto una ricerca unica nel suo genere; attraverso rilevazioni dell’attività cerebrale tramite fMRI hanno indagato la relazione tra stili di attaccamento e marcatori neurali di autocritica. Nello specifico hanno reclutato 40 partecipanti ai quali sono stati sottoposti 60 stimoli scritti inerenti un fallimento, un errore personale o una battuta d’arresto, suddivisi in 30 affermazioni emotive e in 30 affermazioni neutre. Dalle varie analisi di correlazione, il dato principale che emerge è che gli individui con maggiori livelli di attaccamento sicuro che stavano sperimentando alti livelli di attivazione dell’amigdala (attivazione emozionale) avevano una maggiore attivazione di una regione cerebrale specifica, il giro linguale, marcatore neurale di immagini mentali visive legate ad esperienze di minaccia e autocritica. Al contrario, quelle persone con maggiori livelli di attaccamento insicuro e più specificatamente di tipo evitante, nei momenti di maggiore attivazione emozionale, riportano una minor attività del giro linguale. In parole più semplici, gli individui con attaccamento sicuro, in virtù dell’esperienza di sicurezza emotiva data dai loro ‘modelli operativi interni’ (sostanzialmente le figure genitoriali), si ingaggiano in un maggior reclutamento di immagini mentali visive legate all’autocritica e potenzialmente minacciose; ciò suggerisce una disponibilità emotiva a confrontarsi con le reali e potenziali minacce così da prontamente agire in maniera efficace con adeguate strategie di coping. Mostrano una maggior propensione all’immaginazione mentale durante l’autocritica e possiedono internamente quei modelli sicuri a cui far riferimento per attingere a quel serbatoio di risorse per far fronte alla minaccia dell’autocritica (anche per come l’autocritica viene percepita dentro il proprio corpo, sperimentata e come se assumesse forma visiva). Di contro, persone con uno stile evitante di attaccamento non hanno accesso a modelli di lavoro interni sicuri e quindi mancano di queste risorse di coping. Per proteggersi dal senso di minaccia interno, ricorrono a strategie rudimentali di negazione o dissociazione dall episodio minaccioso; si impegnano in misura minore in attività di immaginazione mentale funzionale ad una efficace autoregolazione emotiva interna dalla quale discendono conseguenze sul più generale piano delle relazioni interpersonali (siano relazioni affettive o lavorative).

Lo studio di Kim e coll. è altresì interessante poiché porta prove empiriche all’esistenza di ‘scorciatoie’ al di sotto dell’attività corticale e del campo di consapevolezza, che hanno più a che fare con una modalità di processamento delle informazioni più di tipo sensoriale e non puramente cognitivo. Gli autori sottolineano la necessità di concettualizzare gli stili auto-riferiti di valutazione come operazioni ‘incarnate’. Pertanto il trattamento dell’auto-criticismo in psicoterapia non dovrebbe limitarsi alla disputa delle credenze cognitive di autocritica, ciò si rivelerebbe alquanto problematico per gli autori. L’optimum terapeutico sarebbe bensì quello di dotare coloro che hanno alle spalle storie di attaccamento insicuro della capacità di creare i propri modelli di lavoro interiori in cui si possano sentire al sicuro; sostanzialmente attraverso un processo di modeling. In particolare gli autori citano tra gli approcci terapeutici più indicati la Compassion Focused Therapy (Catarino, Gilbert et al.,2014). Questo approccio invita la persona a impegnarsi in abilità e pratiche di allenamento della mente compassionevole al fine di costruire il proprio senso interiore di sicurezza e aumentare la percezione dei marcatori fisiologici sia a riposo che correlati ad eventi critici attivanti, ai quali rispondere con qualità di calma, sicurezza e autoregolazione per favorire una miglior elaborazione delle minacce. E’ stato dimostrato che la conquista di uno stile interno di rassicurazione di sé si associa ad un aumento del tono vagale attraverso misurazioni della variabilità della frequenza cardiaca. Una volta sviluppata una diversa modalità di strategia mentale auto-riferita, la terapia può procedere con un focus più specifico sulla comprensione delle forme e delle due principali funzioni dell’autocritica, spesso tra loro in competizione, ovvero l’autocorrezione (per migliorare sé stessi) e l’autopersecuzione (per attaccare sé stessi), per poi abbracciare le aree della vergogna e del trauma.

 Bibliografia

 Jeffrey J. Kim ,Kirsty M. Kent , Ross Cunnington , Paolo Gilbert & James N. Kirby Attachment styles modulate neural markers of threat and imagery when engaging in self-criticism. ScientificReports DOI:10.1038/s41598-020-70772-x

 Werner, A. M., Tibubos, A. N., Rohrmann, S. & Reiss, N. The clinical trait self-criticism and its relation to psychopathology: a systematic review—update. J. Affect. Disord. 246, 530–547 (2019)

Catarino, F., Gilbert, P., McEwan, K. & Baião, R. Compassion motivations: distinguishing submissive compassion from genuine compassion and its association with shame, submissive behavior, depression, anxiety and stress. J. Soc. Clin. Psychol. 33, 399–412 (2014)

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La SCRITTURA ESPRESSIVA potente strumento in Psicoterapia https://www.elenacristina.it/la-scrittura-espressiva-potente-strumento-in-psicoterapia/ Fri, 13 Nov 2020 10:21:06 +0000 https://www.elenacristina.it/?p=453 Scrivere e in generale raccontare, narrare e narrarsi come mezzo di espressione e di conoscenza è una pratica millenaria. E’ però dal 1989 con il famoso psicologo sociale James Pennebaker che la scrittura acquisisce a pieno titolo lo status di metodo terapeutico scientificamente fondato, da lui denominato Expressive Writing. L’Expressive Writing consiste nello scrivere per […]

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Scrivere e in generale raccontare, narrare e narrarsi come mezzo di espressione e di conoscenza è una pratica millenaria.

E’ però dal 1989 con il famoso psicologo sociale James Pennebaker che la scrittura acquisisce a pieno titolo lo status di metodo terapeutico scientificamente fondato, da lui denominato Expressive Writing.

L’Expressive Writing consiste nello scrivere per circa 15-20 minuti al giorno per tre o quattro giorni, senza preoccuparsi della grammatica e della forma stilistica, su un tema o un’esperienza stressante .

Non è semplicemente una forma di diario e nemmeno una pratica che aiuta a diventare romanzieri o sceneggiatori.  E’ al contrario una tecnica di scrittura essenziale che aiuta a comprendere e a gestire i disordini emotivi delle nostre vite.

Al pari di altri fattori di stress, mantenere per così dire ‘segreti’ o ‘cose taciute’ può influire sulla nostra salute mentale e fisica, incluso il sistema immunitario, l’azione del sistema cardiocircolatorio e persino il funzionamento biochimico del nostro sistema nervoso.

In sostanza,

  • Mantenere ‘segreti’ (‘non detti’)è una fatica fisica. Quando cerchiamo di mantenere un segreto , dobbiamo scientemente trattenere o inibire determinati pensieri, sensazioni o comportamenti; significa sforzarci di non pensare, non sentire emozioni o agire in certi modi.
  • I segreti possono portare a cambiamenti biologici a breve termine (per esempio, aumentando la traspirazione o incrementando la frequenza cardiaca) e influenzare la salute sul lungo periodo.
  • Lo sforzo di inibire aspetti spiacevoli e dolorosi di un’esperienza funziona come un elemento di stress di carattere cumulativo, aumentando la possibilità di contrarre malattie, sviluppare ansia, depressione, disturbi da stress-postraumatici o altri disturbi psicosomatici.
  • I segreti minano la nostra capacità di pensare. Rinunciare a parlare di questioni rilevanti e nascondere, più o meno intenzionalmente, quanto proviamo può recidere il filo dei nostri ragionamenti. Se non ci diamo la possibilità di parlare con qualcuno (anche fosse solo immaginarsi di poterlo fare) di un’esperienza per noi significativa, avremo più difficoltà ad elaborarla nella mente in maniera completa e ad integrarla nella nostra storia di vita.
  • L’apertura e l’espressione emotiva riduce gli effetti nocivi dei ‘non detti’ e impone ad un riesame degli eventi. Affrontare, rivelare un qualche aspetto stressante ci aiuta a comprenderlo e ad assimilarlo dentro una cornice più ampia, più chiara e di conseguenza più superabile.

 

Ma perché scrivere e narrarsi in psicoterapia?

La scrittura usata in questo senso, come mezzo espressivo, ha l’enorme potere di tirare fuori letteralmente ciò che c’è di più recondito e profondo nelle pieghe del nostro cuore e della nostra mente.

Consente di esprimere l’indicibile, quello che non può, per pudore o per giudizio sociale, essere detto, essere reso manifesto.

La scrittura in questo senso ha un potere di rivelazione, di smascheramento, di rendere visibile quello che viene comunemente relegato in uno stanzino oscuro della nostra mente, vuoi per abitudine, vuoi perché considerato sconveniente e disdicevole.

Scrivere chiama ad Essere, chiama a portare luce a quelle parti emotive taciute ma comunque attive nello spazio esistenziale della persona e che spesso la guidano in modi inconsapevoli …

Effettivamente è proprio per non essere più guidati da queste parti di emozioni, che sembrano avere una vita propria, che può venire in soccorso la scrittura.

La scrittura ci consente di vedere all’opera queste parti di noi, che pensano, sentono, agiscono secondo un loro copione, e riconoscendole per come sono, poter prenderne distanza e svincolarci.

Riconoscere le nostre zone d’ombra, portarle alla luce, ci fa vedere davvero quelle storie e narrazioni che ci intrappolano in una prigione che prima sembrava invisibile e dalla quale impossibile uscire.

La scrittura consente di vedere  tutte le sfaccettature del nostro mondo emotivo interno come personaggi sopra un palcoscenico ed osservare sotto il riflettore della consapevolezza  l’interezza della loro ‘teatralità’. Riassegnando a ciascuna parte la propria legittimità, si aprono altri spazi…

La scrittura apre a nuovi mondi, nuovi orizzonti di pensieri, nuove parti di sé.

La scrittura restituisce una dimensione di libertà, quella di scegliere davvero quale parte di noi incarnare e agire nel mondo.

 

 

Bibliografia

‘Il potere della scrittura’(2017), James W. Pennebaker, Joshua M.Smith, Tecniche Nuove.

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ALIMENTAZIONE CONSAPEVOLE … un nuovo modo di rapportarsi al cibo con il MINDFUL EATING https://www.elenacristina.it/alimentazione-consapevole-un-nuovo-modo-di-rapportarsi-al-cibo-con-il-mindful-eating/ Sun, 11 Oct 2020 11:52:49 +0000 https://www.elenacristina.it/?p=439 Tutti noi abbiamo fatto esperienza almeno una volta nella vita di un desiderio impellente di cibo, spesso di un particolare alimento salato o dolce che appaghi il bisogno di sperimentare qualche cosa di piacevole tramite l’atto stesso del mangiare…un tipo di fame ‘famelica’, per usare un gioco di parole! Spesso è la ricerca di un’emozione […]

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Tutti noi abbiamo fatto esperienza almeno una volta nella vita di un desiderio impellente di cibo, spesso di un particolare alimento salato o dolce che appaghi il bisogno di sperimentare qualche cosa di piacevole tramite l’atto stesso del mangiare…un tipo di fame ‘famelica’, per usare un gioco di parole!

Spesso è la ricerca di un’emozione e di una sensazione piacevole e appagante per scacciare e o modificare una qualche sensazione negativa che dà origine alla smania di cibo.

Pensateci, non ci si sente, almeno per qualche attimo, un po’ meno tristi in compagnia di un nostro cibo preferito? (sia esso una tavoletta di cioccolato, un trancio di pizza o qualsiasi altro comfort food?)

Ebbene,  l’approccio mindful eating (tradotto in italiano, alimentazione consapevole), invita ad esplorare la relazione che esiste tra come stiamo (pensieri, emozioni, stati d’animo) e come mangiamo (comportamento).

Quando siamo totalmente presenti all’intera esperienza del mangiare, cominciamo via via a crescere nella consapevolezza che ci serve molto meno cibo per sentirci sazi e al tempo stesso soddisfatti e gratificati.

Il Mindful eating è in sostanza l’applicazione della pratica della mindfulness o consapevolezza al campo dell’ alimentazione.

Ma che cos’è la mindfulness o consapevolezza?

Jon Kabat Zinn definisce la mindfulness come la consapevolezza che emerge prestando una particolare forma di attenzione al momento presente, in maniera intenzionale ed in modo non giudicante, al dispiegarsi dell’esperienza, momento dopo momento.

Sul potere della consapevolezza sono stati scritti molti libri, tuttavia, citando il famoso monaco buddhista Thich Nhat Hanh ‘meglio rendersene conto praticandola’!

Proprio come un bambino piccolo impara a camminare provando e riprovando, passando dal gattonare all’alzarsi in piedi, per cadere e rialzarsi infinite volte, anche noi dobbiamo applicare la consapevolezza a tutto quello che facciamo, se vogliamo padroneggiarla bene sentendocela addosso come una seconda pelle.

Quando portiamo questa attitudine all’alimentazione, cominciamo a scoprire un nuovo modo di rapportarci col cibo:

-Iniziamo ad utilizzare tutti i nostri sensi per essere totalmente presenti nel momento in cui gustiamo il cibo che abbiamo di fronte: olfatto, vista, tatto, udito, gusto ma non solo! Si scopre di avere in nostra dotazione altri sensi molto più sottili, quello del corpo come organismo, il senso della fame dello stomaco, riuscendo a discriminare tra senso di sazietà e senso di pienezza, e perfino quello delle cellule!

-possiamo iniziare a notare i nostri pensieri automatici e spesso inconsapevoli sugli alimenti (‘fame della mente’ che distingue tra cibi ‘ok’, cibi ‘nemici’)

– scoprire i nostri atteggiamenti e le modalità abituali con cui ci approcciamo al cibo (evitamento, controllo, ricerca selettiva, pattern o schemi di condotta)

– notare che il cibo non è mai abbastanza e arrivare ad interrogarci su cosa in realtà abbiamo fame…

DI COSA HAI FAME REALMENTE ? questa è di fatto la domanda centrale con cui fare i conti quando si inizia ad intuire che la consapevolezza ha poco a che fare col cibo in sé mentre è molto legata al nostro modo di vivere ….

Osservando più a fondo il nostro rapporto col cibo potremmo fare delle interessanti scoperte.

Potremmo accorgerci che dietro alla ricerca spasmodica di alimentarci potrebbe nascondersi un bisogno più profondo che vuole essere nutrito…

Potremmo sentire la mancanza di una reale vicinanza con le altre persone, di un lavoro più stimolante e gratificante, di coltivare la nostra spiritualità o di maggior tempo libero da dedicare a noi stessi per divertirci o per la nostra crescita.

In questi casi, non importa di quanto cibo ci rimpinziamo per tentare di riempire questi vuoti, è come riempire un pozzo senza fondo poiché il cibo non è la soluzione adeguata al problema!

E’ quella che viene chiamata FAME DEL CUORE, o più comunemente conosciuta con il nome di ‘fame emotiva’ o ‘fame nervosa’.

Le emozioni negative, come l’ansia, l’angoscia, la tristezza e la rabbia, producono spesso sensazioni corporee intense afferenti allo stomaco e all’apparato digerente. Le persone che soffrono di fame nervosa spesso confondono i segnali somatici di natura emotiva con quelli di natura prettamente organica, per questo motivo ricorrono al cibo come soluzione immediata per alleviare la sensazione di disagio. Di frequente all’origine c’è un bisogno di sentirsi amati, apprezzati, riconosciuti e validati dagli altri. E’ evidente, ad uno sguardo più razionale, che questi bisogni difficilmente possano trovare una soddisfazione tramite il ricorso al cibo; è esperienza comune tra chi soffre di fame emotiva accorgersi in breve tempo che  quel vuoto e quel disagio faticano a dileguarsi…

La fame del cuore esige un differente nutrimento fatto di intimità emotiva, connessione, conforto e di cura dei nostri legami e relazioni.

 

Cavalcare l’onda della fame emotiva  

  1. Alan Marlatt, psicologo americano con alle spalle una lunga esperienza di meditazione, ha introdotto una tecnica psicologica chiamata ‘urge surfing’, traducibile nell’espressione ‘cavalcare l’onda’.

L’urge surfing risulta particolarmente utile ed efficace poiché non mira a controllare o ad eliminare l’emozione, piuttosto invita a rispondere all’impetuoso desiderio di cibo coltivando un’attitudine vigile (dunque di presenza mentale e consapevolezza), genuinamente aperta, non giudicante e perfino curiosa di osservazione nei confronti di quello che sta accadendo nel mentre in cui accade….

È un approccio assolutamente controintuitivo ! Anziché fare ciò che istintivamente ci verrebbe in mente, ovvero opporre resistenza al desiderio che monta, l’invito è proprio quello di considerare il desiderio di cibo alla stregua di qualsiasi altro fenomeno naturale con un inizio e una fine.

Se lasciamo che la smania di cibo segua il suo corso, senza reagirvi, potremmo osservare che come ogni tipo di urgenza ha un inizio, un picco di intensità e un momento di calo, paragonabile ad un’onda.

Chi ha imparato con successo a surfare l’onda della smania di cibo, ha imparato a stare e ad essere con tutto sé stesso nell’esperienza della mente desiderante senza necessariamente agire il solito comportamento alimentare, bensì sperimentando la possibilità di rimanere saldi senza dannosi effetti collaterali. Si fa esperienza di un nuovo spazio di libertà….

 

Il percorso MIndful Eating

Il protocollo MB-EAT (Mindfulness Based- Eating Awareness Training), ovvero Training per la Consapevolezza Alimentare basato sulla Mindfulness messo a punto da Kristeller (Kristeller, 2013) si è rivelato di robusta efficacia in numerosi studi per vincere sia la più generica fame emotiva sia quella forma di franco disagio clinico inquadrabile come Binge Eating Disorder.

Il programma si articola in 9 incontri, generalmente di gruppo, ed è strutturato in modo da introdurre gradualmente elementi della pratica meditativa (pratica di consapevolezza del respiro, body scan, meditazione camminata, yoga) parallelamente agli esercizi di alimentazione consapevole. Quest’ultimi consistono in una serie di sfide di difficoltà crescente, ad esempio si inizia con la pratica del mangiare in modo consapevole uno snack o un pasto fino ad estendere questo atteggiamento di osservazione consapevole a tutte le esperienze alimentari nella loro globalità, inclusa l’attività del fare la spesa e i processi di scelta dei cibi al ristorante o fuori casa.

All’interno del programma sono anche affrontati il tema del rapporto con il proprio corpo e immagine corporea, non di rado accompagnati da emozioni difficili (senso di colpa, vergogna, imbarazzo). E’ per questo motivo che si introduce la pratica dell’accettazione di sé, della compassione e della gratitudine come qualità da coltivare per risanare il rapporto con sé stessi.

E’ indubbiamente un programma che richiede un forte impegno e motivazione. Gli esercizi quotidiani a casa costituiscono l’asse portante del programma, in virtù del valore fondativo della pratica applicata allo specifico contesto di vita del singolo individuo. Purtuttavia è proprio questa la ricchezza di questo approccio: non prescrive cosa mangiare e cosa non ma, in linea con la saggezza degli insegnamenti buddisti, sostituisce alle verità imposte (talvolta dettate dalla moda del momento) la riflessione critica e l’esercizio della consapevolezza, indicandoci come mangiare e nutrire più pienamente il nostro Corpo, la nostra Mente e il nostro Cuore….

Riassumendo alcuni concetti significativi del percorso, possono essere utili le seguenti indicazioni

  1. Smetti di lottare con la bilancia
  2. Impara ad assaporare realmente il cibo, tutto il cibo, vedendolo come ‘cibo amico’
  3. Pratica la consapevolezza nella tua vita quotidiana
  4. Pianifica uno stile di vita che favorisca l’attitudine alla consapevolezza
  5. Fai yoga ed attività fisica per nutrire il bisogno di movimento del corpo
  6. Coltiva la gratitudine

Se desideri sperimentare in prima persona il percorso di MINDFUL EATING scrivimi all’indirizzo mail dr.ssacristina@gmail.com

 

Bibliografia

Montesarchio, T. (2017), ‘Mindful Eating. Una metodologia innovativa per regolare il rapporto con il cibo’, EPC Editore

Thich Nhat Hanh & Lilian Cheung, ‘Mangiare Zen. Nutrire il corpo e la mente’, Oscar Mondadori

Kristeller, J., et al. (2013), Mindfulness-Based Eating Awareness Training (MB-EAT) for Binge Eating: A Randomized Clinical Trial. Springer Science + Business Media, New York.

 

 

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IL NEGLECT: QUANDO IL MONDO ESISTE A META … https://www.elenacristina.it/il-neglect-quando-il-mondo-esiste-a-meta/ Tue, 29 Sep 2020 11:44:21 +0000 https://www.elenacristina.it/?p=432   ‘La Signora S. a volte si lamenta con le infermiere perché, dice, non le hanno messo sul vassoio il dolce o il caffè. Quando queste rispondono: ‘Ma è lì, signora, a sinistra’, sembra non capire quello che dicono, e non guarda a sinistra. Se le voltano piano la testa facendo sì che il dolce […]

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Psicologa rho

‘La Signora S. a volte si lamenta con le infermiere perché, dice, non le hanno messo sul vassoio il dolce o il caffè. Quando queste rispondono: ‘Ma è lì, signora, a sinistra’, sembra non capire quello che dicono, e non guarda a sinistra. Se le voltano piano la testa facendo sì che il dolce entri nel suo campo visivo, nella metà destra non compromessa del suo campo visivo, dice: ‘Oh, eccolo. Prima non c’era’. Essa ha completamente perduto l’idea di ‘sinistra’, per quanto riguarda sia il mondo esterno sia il proprio corpo’. (Oliver Sacks, 1985 )                                                                                                                                

Il Neglect tradotto in italiano eminattenzione o eminegligenza spaziale unilaterale è una sindrome neuropsicologica che segue una lesione cerebrale, solitamente un ictus o un trauma cranico.

E’ caratterizzata dall’incapacità da parte del paziente di percepire o prestare attenzione a oggetti, persone, rappresentazioni, collocati in un emicampo visivo (solitamente controlaterale alla lesione), e di agire in quel lato dello spazio (Robertson, 1999).
Chi subisce una lesione alla corteccia parietale è  spesso soggetto a questo tipo di manifestazioni di negligenza spaziale, nella quale una parte del corpo o del mondo è ignorata o soppressa. Consiste sostanzialmente nella perdita della capacità di esplorare coscientemente una parte di emicampo visivo,  controlaterale (opposto) a quello compromesso .

Nella maggior parte dei casi il lato che viene “negato” è quello sinistro a seguito di un evento cerebrale occorso nell’emisfero destro. Il neglect può presentarsi anche a seguito di lesioni a sinistra ma diversi studi hanno mostrato come questi casi siano meno frequenti e meno gravi; inoltre questi pazienti sono più difficili da valutare a causa dell’afasia. La condizione di negligenza varia lungo un gradiente temporale che va da pochi giorni a periodi prolungati.

Nonostante spesso si associ a emianopsia, emianestesia o emiparesi, la sindrome non dipende da deficit sensoriali (visivi)  o motori.
Eppure tutto ciò non ha nulla a che fare con la corteccia visiva e dunque il paziente vede, ma arriva anche a negare l’esistenza stessa di ciò che include l’emicampo controlaterale, anche somaticamente parlando – perdendone cioè sensibilità.

Come ben spiega uno dei più illustri studiosi di neglect,  E. Bisiach, il paziente affetto da negligenza spaziale si comporterà come se non fosse più in grado di percepire e concepire l’esistenza di un lato dello spazio egocentrico, corporeo ed extracorporeo.

Si possono immaginare le molte ricadute che questa sindrome neurologica può avere sulla vita quotidiana; in taluni casi, la persona colpita da neglect può per esempio non radere una parte del proprio corpo di cui non ammette l’esistenza, oppure omettere di vestirla; mangiare solo metà di ciò che si trova nel suo piatto o urtare contro gli oggetti mentre si muove nello spazio che lo circonda, seppur familiare, come la propria stessa casa. ‘Quando rifaccio il letto ora ci impiego tantissimo tempo e picchio sempre dentro i comodini e gli altri mobili attorno’, racconta la signora M.

Oliver Sacks, in uno dei suoi più famosi libri, a proposito di questa sindrome di ‘trascuratezza’ cita le parole del collega neurologo Mesulam ‘Quando la trascuratezza è grave, il paziente può comportarsi quasi come se metà dell’universo avesse tutt’a un tratto perso ogni significato e addirittura cessato di esistere…i pazienti con trascuratezza unilaterale si comportano non solo come se in realtà nell’emispazio sinistro non accadesse nulla, ma anche come se da quell’area non ci fosse da aspettarsi alcunché di importante.’

Per valutare l’estensione del disturbo esistono dei test neuropsicologici. Quello più utilizzato dai neuropsicologi è il test di Barrage. In questo test viene chiesto al soggetto esaminato di barrare con una riga trasversale tutte le linee che ci sono sul foglio: il paziente con negligenza spaziale segna le linee sul lato destro del foglio mentre non apporrà alcuna barra sulle linee a sinistra del foglio, che ricadono all’interno dell’emicampo visivo sinistro, le quali non vengono percepite, poiché  non ve ne è coscienza.

Per il trattamento e la riabilitazione di questo disturbo esistono alcune tecniche e programmi specifici di allenamento per ri-orientare la visione – percezione del paziente verso l’emicampo inibito e sviluppando strategie comportamentali compensative per aumentare i movimenti oculari diretti verso l’emicampo lesionato,  impercepito.

Quando Oliver Sacks incontrò la signora S. nel 1976 non erano disponibili computer e videogiochi. Oggi la riabilitazione del neglect prevede sia esercizi carta e matita sia esercizi con l’ausilio di tablet e/o pc che consentono di personalizzare il piano di trattamento e complessificare gradatamente il livello di riabilitazione cognitiva. Essi permettono ai pazienti con neglect di controllare la metà ‘mancante’ o gli insegnano a farlo da soli.

 

Bibliografia

Oliver Sacks (1985), ‘L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello’,  Gli Adelphi

Robertson, I. H. & Hawkins, K. (1999). Limb activation and unilateral neglect. Neurocase, 5, 153 – 160.

Bisiach, E. & Luzzatti, C. (1978). Unilateral neglect of representational space. Cortex ,14, 129-133.

 

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Supporto Psicologico -Emergenza COVID_19 https://www.elenacristina.it/supporto-psicologico-emergenza-covid_19/ Mon, 27 Apr 2020 14:17:54 +0000 https://www.elenacristina.it/?p=392 L'articolo Supporto Psicologico -Emergenza COVID_19 proviene da Centro Interapia Rho.

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Fibromialgia e mindfulness https://www.elenacristina.it/fibromialgia-e-mindfulness/ Mon, 27 Apr 2020 14:12:25 +0000 https://www.elenacristina.it/?p=388 La fibromialgia è un disturbo da dolore cronico diffuso che colpisce sia i muscoli e le articolazioni sia il tessuto molle o fibroso, caratterizzato da fragilità, stanchezza e sonno non ristoratore, dolore alla palpazione in particolari punti del corpo (tender points), rigidità e tensione muscolare, disturbi cognitivi tra cui difficoltà di apprendimento e di memoria […]

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La fibromialgia è un disturbo da dolore cronico diffuso che colpisce sia i muscoli e le articolazioni sia il tessuto molle o fibroso, caratterizzato da fragilità, stanchezza e sonno non ristoratore, dolore alla palpazione in particolari punti del corpo (tender points), rigidità e tensione muscolare, disturbi cognitivi tra cui difficoltà di apprendimento e di memoria (American College of Rheumatology ).
Le cause sono ancora sconosciute sebbene molteplici fattori di ordine biologico, genetico ed ambientale sono coinvolti nella sua insorgenza e sviluppo. Molto comune è la presenza di sintomi depressivi, in circa il 18% dei soggetti si rileva la presenza di Depressione Maggiore.
Il trattamento ordinario della fibromialgia è realizzato con antidepressivi, farmaci per il sonno e/o anti-infiammatori e analgesici, che spesso tuttavia risulta inefficace.
I più recenti dati della letteratura scientifica suggeriscono un piano di trattamento più articolato che preveda la combinazione di interventi medico-farmacologici, esercizio fisico ed interventi psicologici/psicosociali. Tra questi sono risultati efficaci gli interventi basati sulla mindfulness, in particolare il protocollo MBSR messo a punto da Jon Kabat-Zinn allo scopo di ridurre la sofferenza tra quei pazienti che soffrono di dolore cronico. Si utilizzano delle tecniche e delle abilità di riduzione dello stress, tra le quali varie pratiche di meditazione formale, come la meditazione seduta, lo Hatha Yoga e una serie di altre tecniche con una focalizzazione sulla dimensione corporea, ad esempio il Body Scan. I partecipanti sono invitati a dirigere e a mantenere l’attenzione all’esperienza immediata, nel presente, assumendo un’attitudine interiore di apertura, accettazione, curiosità e compassione. Basato sulla tradizione di pratica meditativa buddista vipassana, le abilità di mindfulness incoraggiano l’assunzione di una consapevolezza non giudicante nei confronti delle proprie esperienze, siano esse cognitive, emotive e somatiche, momento per momento. La posizione decentrata è considerata la chiave per scollegarsi dai propri schemi mentali, cognitivi e affettivi, per giungere ad un miglior adattamento e ridurre l’impatto negativo di pensieri ed emozioni, sensazioni associati al dolore cronico.
A differenza di altre tecniche che promuovono il rilassamento, la pratica della mindfulness promuove l’auto-osservazione, l’accettazione, la compassione e la saggezza in risposta al dolore.
E’ stato osservato come l’accettazione è una variabile cognitiva che risulta particolarmente benefica in quei pazienti che soffrono di una malattia cronica e possiede una funzione adattativa a lungo termine per il benessere psicofisico. Una maggior accettazione del dolore è associata con una minor intensità percepita del dolore stesso, minori livelli di ansia e depressione, un’aumentata attività quotidiana e un ridotto utilizzo di medicinali.
In sostanza, il ricorso alle abilità di mindfulness per fibromialgia correla positivamente con la riduzione nell’utilizzo della ruminazione e di altre strategie di evitamento, tipiche delle persone che soffrono di fibromialgia e dolore cronico; una pratica continuativa di meditazione indebolisce la relazione tra l’intensità del dolore percepito e la sua catastrofizzazione, aumenta il sentimento di accettazione del dolore ed il senso di auto-efficacia nella sua gestione.
Un intervento di natura comportamentale orientato alla mindfulness, che ha come obiettivo la riduzione della sintomatologia depressiva, può indirettamente apportare benefici su molteplici aspetti, non solo fisici ma anche personali, familiari, sociali, lavorativi, migliorando notevolmente la qualità di vita di questi pazienti.

 

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